31/10/12

CODY(CE) CHESNUTT

- Frequenze News & Reviews -



CODY CHESNUTT
LANDING ON A HUNDRED
2012 - One Little Indian

E' come quando un vecchio zio ritorna da un lungo viaggio.
Lo abbracci, lo stringi: "Zio ma dove cazzo sei stato tutto questo tempo?". E lui ti risponde "non fare domande di cui non potresti capire la risposta".
E tu infatti non ci hai capito niente, ma sei ugualmente felice.

Cody ci aveva fatto sognare 400 anni fa (era il 2000, signori) con quel Headphone Masterpiece che pareva registrato nel cesso di casa sua (e poco ci mancava: fu inciso su un 4 piste nella sua camera).
Un album che trattato/prodotto a dovere sarebbe stato veramente ciò che prometteva, un masterpiece.
Tuttavia fu dato in pasto agli audiofili nudo e crudo, così come zio lo aveva desiderato, boia lui, risultando un (lunghissimo - più di 30 brani) insieme di canzonette soul abbastanza fighe, gestite un pò alla cazzo e allestite da pochissimi e malandati arrangiamenti.
Il suo bello se vogliamo. Un grande coito interrotto, in verità. Soprattutto per me, che l'ho amato/odiato per un paio d'anni, per poi lasciarlo in balia della polvere delle mie scansie.

Fortunatamente poi i Roots presero "The Seed" e, col suffisso 2.0 (che stava per "è inutile che fai girare una Ferrari col motore di una cinquecento, scavati un secondo che ci pensiamo noi") la fecero diventare una canzone con un tiro da mainstream. Non per niente fu un successo a livello mondiale, ce lo ricordiamo tutti.

"Zio Cody perchè poi sei scomparso?".
"Figliolo, essere neri e famosi in questo mondo ti può portare solo a tre strade: essere un rapper che si incazza col governo o fa a pistolettate con suo fratello, ballare e cantare come Usher, oppure essere Lenny Kravitz. E io non volevo essere nessuno dei tre. Per questo mi sono preso del tempo per pensare".

Eppure da qualche anno c'è una quarta via che si è fatta largo e il ragazzo (ehm, del '68) potrebbe, molto furbescamente, aver voluto aspettare che si creasse, per infilarci poi il suo culone. Sto parlando ovviamente del ritorno del soul come lo intendevano i nostri nonni, quello della Motown e dei filoni subito a venire.
E' infatti innegabile che questo sia un periodo in cui, grazie al Winehouse-butterfly-effect, la negritudine old school gode di un audience più che quadruplicata rispetto a 10 anni fa.

Per questo, sebbene Landing On a Hundred sia un album con gli stra-fiocchi, concepito (questa volta) con band, orchestra e tutti i crismi necessari, il risultato perde un pò proprio in freschezza (quella immediata intendo), accodandosi cronologicamente a precedenti lavori come quelli di Raphael Saadiq, John Legend o Aloe Blacc, che stanno al genere come un mulo sta al carretto.

D'altra parte, cercando di essere meno cattivi, è anche vero che stiamo parlando di stereotipi musicali che hanno scritto la storia 40 anni fa (la già citata Motown, Marvin Gaye, il Philly sound e tutti i suoi eroi). Quindi star lì a guardare chi sia arrivato oggi o l'altro ieri (o arriverà domani) lascia un pò il tempo che trova. Diciamo che un altro (ottimo) omaggio ai mostri sacri della black music è stato scritto.
Il genere "sta dando" quindi non si può certo biasimare chi decida di cavalcare l'onda finchè è possibile.

E, come un amante abbandonato, che prima ti mena e poi cade fra le tue braccia, voglio concludere a rose e fiorellini, perchè a zio Cody (anche se se n'è andato per troppo tempo) voglio bene. E vederlo tornare sugli scaffali dei miei dischi di fianco al suo giovane io all'avanguardia (quello del primo album registrato nel cono del water), mi restituisce alcune sensazioni che pensavo di aver perso.

Da questa settimana in rotazione sul nostro programma radio.




Nessun commento:

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...